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Cavalli nella storia: come conoscerli? dove trovarli?
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Cantalupo
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:26    Oggetto: Cavalli nella storia: come conoscerli? dove trovarli? Rispondi citando

Mi sembra di capire che anche a molti di voi interessino i libri antichi che parlano di cavalli, e trovo sia una cosa meravigliosa:
è inspensabile sapere cosa hanno fatto prima di noi, anche per capire meglio quello che facciamo oggi.
Ed è bellissimo, perchè si scoprono similitudini notevolissime, pur in mezzo alle molte ovvie differenze, e questo è sempre emozionante.
Ma a volte ci si sente un po' pessimisti sulle possibilitĂ  di reperire realmente certi libri che semrbano mitologici...e invece possono essere molto piĂą vicini di quello che non crediamo.
Ad esempio, avete mai provato a fare una ricerca per tema sul catalogo on-line delle Biblioteche della vostra cittĂ ?
provate un po' qui, questo è il link al sito che gestisce le biblioteche di Modena ma sicuramente ce n'è uno anche per la vostra città; scovatelo, e provate a fare una ricerca libera per tema...cavalli, equitazione, e via dicendo....poi ditemi cosa non trovate Rolling Eyes
http://sebinaweb.cedoc.mo.it/SebinaOpac/Opac
Io le adoro, le "mie" Biblioteche Very Happy
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:27    Oggetto: Rispondi citando

Stessa cosa per la mitica BNF....
http://www.bnf.fr
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:31    Oggetto: Rispondi citando

Ma è più difficile trovare qualcosa così a tentativi, se nosn può usare un motore di ricerca.
Quando i "magazzini" non sono virtuali ma cartacei, bisogna avere le idee piĂą chiare e sapere esattamente cosa si cerca, come titolo di libro o come aautore.
Spero di darvi qualche idea con alcune informazione su libri che sono piaciuti a me, e che avevo recensito per Cavallo Magazine, rubrica "Lo scaffale dei classici". Ve li passo! Very Happy
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:35    Oggetto: Rispondi citando

“Compendio dell’heroica arte di cavalleria” di Alessandro Massari - BE
F. Bolletta, Venetia MDC

Per la gloria e per gli eroi
Un’opera scritta nel rotondo anno milleseicento, e dedicata a chi del cavallo faceva uso in guerra e in battaglia: e tutte le pagine sono infatti eleganti quel tanto che basta ad un nobile lettore raffinato sì ma per niente molle, doverosamente dotte ma non tanto da annoiare, chiare e semplici per quello che riguardava combattimenti in campo aperto e tornei e duelli e tutto quello che interessava direttamente il signore guerriero. Molto interessante notare i punti di contatto tra quella equitazione e la nostra: reni rilevate e spinte un poco in avanti, abbracciar con le cosce la sella e arradicarle in quella di modo che il ginocchio disciolto possa con il libero suo piegare……un modo un po’ aulico per dire cose che ancora oggi valgono, in sella. Il fraseggiare elegante è un divertimento per chi legge, forse perché esplorando un mondo comune – il cavallo – è bello ritrovarlo uguale a quello che conosciamo, e si riscoprono cose familiari che splendono però diversamente sotto la luce nuova delle parole dette da chi è tanto lontano da noi. Così tra una dissertazione sulla maggior utilità delle pistole rispetto alle lance, ed uno sfogo contro i molteplici orpelli applicati ai morsi (…orpelli inventati per tormentare sì generoso animale), ci sono pagine limpide di lucide osservazioni (le razze più famose sono descritte così vivamente che ancora oggi possiamo riconoscere i cavalli di cui parlano) e una chicca di cultura classica: un piccolo, chiaro completo e semplice glossario di “parole del cavalcare” dove in tutta semplicità viene raccolto l’elenco fondamentale dei termini usati per descrivere i movimenti necessari in battaglia e che devono essere provati e riprovati in maneggio. E fa uno strano, piacevole effetto sentire il suono di quelle belle parole italiane un po’ vecchiotte, che fan sembrare così nuove quelle francesi che le sostituiranno di lì a poco nelle cavallerizze delle corti di tutta Europa.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:36    Oggetto: Rispondi citando

Equitation des dames, di P.A. Aubert - BE
Parigi 1842
Il maestro delle Principesse
Nella Francia di metà ottocento, passati il terrore della Rivoluzione e le tempeste di Napoleone, si ritrovavano lentamente le abitudini aristocratiche del secolo precedente: tra le altre, il gusto per l’Arte dell’Equitazione. Ai sopravissuti dell’Anciéne Régime non pareva vero di poter riparlare senza timore degli anni della gioventù e della corte di Maria Antonietta, e per un vecchio ecuyér come Aubert, cresciuto al Maneggio Reale delle Dame fu un piacere insperato poter scrivere nel 1842 un libro dedicato alle gentili amazzoni, per parlare della sua esperienza ma anche ricordare i tempi andati che lo videro giovane, in una corte splendida come quella francese. In questo libro sull’equitazione femminile Aubert ne spiega le caratteristiche peculiari e le particolarità tecniche, e ci fa sentire il profumo un po’ antico di un mondo fatto anche, sorprendentemente, di signore veramente esperte dell’Arte, in grado di condurre il lavoro di una ripresa di saltatori e di assumersi la responsabilità di condurre Haras e Scuole Accademiche, come madame de Brionne.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:36    Oggetto: Rispondi citando

L’arte moderna di domare i cavalli, di J.S. Rarey
Bencini, Firenze 1858
Un celebre domatore americano
Potrebbe essere la recensione di un libro edito negli ultimissimi anni: non è tanto un manuale di equitazione, quanto una chiacchierata amichevole sui metodi utilizzati dall’Autore per risolvere situazioni problematiche con cavalli più o meno difficili e puledri da domare. Il tono è discorsivo, con frequenti aneddoti personali inseriti qua e là a meglio illustrare la teoria esposta: si sente il tono modestamente orgoglioso di chi è oramai abituato ad essere considerato una personalità nel settore senza però mai proporsi come un Messia ed anzi riferendosi spesso ad altri domatori celebri per sposarne in tutto o in parte le teorie. I punti di forza del suo metodo invece sono chiaramente indicati: studiare e conoscere la natura del cavallo per capirne i processi mentali, e chiedergli quindi le cose secondo un linguaggio che possa comprendere; dolcezza, pazienza, calma in ogni momento dell’addestramento e del lavoro. Inoltre, associando anche l’uso di una particolare frusta ad una sua azione non desiderata e le carezze e la vicinanza del domatore ad ogni azione corretta, convincere il cavallo che è molto più piacevole obbedire ed essere coccolati piuttosto che deludere il desiderio dell’uomo e venirne allontanato. Non sembra tutto già noto, letto e riletto negli ultimi anni su ogni rivista, su molti libri, studiato in corsi esclusivi e visto anche in qualche film? Invece no, perché stiamo parlando di un libro tradotto in Italia il nel 1858.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:37    Oggetto: Rispondi citando

Le chic à cheval , Histoire pittoresque de l’Equitation di L. Vallet - BE
Tipographie Firmin Didot, Paris 1891
Eleganze francesi
Che l’Equitazione sia un’arte, è cosa che tutti possono capire ammirando un binomio elegante e ben affiatato: ma a volta capita che il cavaliere sia artista anche in campi che non siano quelli galoppabili col suo destriero. E un luogo dove il tasso di questi fortunati casi è molto elevato, è Saumur: la raffinatezza e l’eleganza del modo che qui si ha di intendere il cavallo sviluppa evidentemente una sensibilità particolare in molti dei cavalieri che vi crescono , o forse in realtà possono crescervi solo se hanno molta sensibilità. Per cui non è sorprendente che proprio un allievo anziano della Scuola di Saumur abbia potuto comporre una delizia per gli occhi e la mente degli appassionati di equitazione come questo libro, ricco di bellissimi disegni e veramente interessante dal punto di vista tecnico e storico. Tra una dama rinascimentale delicata come una miniatura ed un ussaro fieramente montato resi veramente con talento notevole nel miglior tratto art-dèco, si parla del De la Broue e dei cannoni alla Pignatelli. Una specie di sogno ad occhi aperti, moderno nei concetti ed elegantissimo nell’esposizione.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:37    Oggetto: Rispondi citando

La Scuola di cavalleria di Saumur, Marchese di Roccagiovine - BE
Tipografia Cecchini, Roma 1893
Nel 1893 il Marchese di Roccagiovine viene invitato alla Scuola di cavalleria di Saumur per un cortese scambio di visite tra ufficiali di paesi diversi, che avevano così modo di far brillare i propri galloni e anche di farsi un’idea di quelli che, molto pragmaticamente, sapevano poter diventare un giorno diretti avversari in guerra. Difatti l’ottica sotto la quale viene esaminata Saumur non è soltanto quella di un raffinato cavaliere (come era in effetti il Roccagiovine) ma anche quella di uomo d’armi: ed è curioso notare come la raffinatezza dei cavalli purosangue dei francesi venga notata da lui non solo come condizione essenziale per lo sviluppo di un’equitazione basata sulla leggerezza e la sensibilità ma anche come “arma bellica”. Addirittura, portando a testimonianza le parole del Generale de Marbot, l’autore sottolinea l’importanza di questi cavalli in fatti d’arme epici e fondamentali come Waterloo: gli ufficiali osservatori inglesi erano montati su purosangue che permettevano loro di dileguarsi in fretta, saltando fossi e ostacoli vari vanamente inseguiti dai pesanti e poco maneggevoli cavalli francesi che, se avessero avuto le stesse capacità e possibilità avrebbero potuto forse salvare Napoleone a Waterloo accorgendosi in tempo dell’arrivo dei Prussiani. Roccagiovine colpisce per l’acutezza di certe osservazioni pratiche, ma soprattutto per una lucidità di pensiero a volte impressionante e per l’attualità di molte sue osservazioni che ancora oggi, dopo lo svolgersi di tutta la parabola caprilliana, sono ugualmente valide pur essendo state scritte quasi dieci anni prima della presentazione ufficiale del Sistema Naturale di Equitazione.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:37    Oggetto: Rispondi citando

Les races chevalines di L. de Simonoff e J. De Moerder - BE
Librarie Agricole de la Maison Rustique, Paris 1894
Dalla Russia con splendore
Nel 1894 non erano certo il Corrispondente della Direzione Generale degli Haras Russi od il Direttore della relativa Amministrazione che potevano immaginare lo scenario che da lì a pochi anni avrebbe rivoluzionato il loro mondo; lo vivevano, e nel loro settore particolare lo rappresentavano. E ci hanno lasciato il modo di guardare dentro quel mondo lontano - solo una sbirciatina dalle scuderie, è vero - ma sufficiente per farsi un’idea: la dedica al loro diretto superiore Direttore generale degli Haras nonché Ministro della Corte Imperiale, una Eccellenza –Conte dal nome impronunciabile; poi l’edizione veramente lussuosa dell’opera, stampata su carta così pesante e setosa da sembrare pergamena e rilegata in cuoio marezzato oro dal profumo di bulgaro, una sensazione di lusso che si prova poche volte sfogliando libri di quegli anni; ed infine l’iconografia, che lascia innamorati. Una serie di 32 tavole cromolitografiche semplicemente splendide e 70 bellissimi disegni tratti da fotografie, il tutto eseguito appositamente per illustrare questo libro ed ognuno protetto dal suo foglio di carta velina che accarezza Kabardin, Kalmouch, fattrici arabe degli Imperiali Haras, Kirgisi, Turcomanni –Tekè e tutti gli altri ritenuti degni dell’onore di essere ritratti. Veramente una gioia guardare queste illustrazioni, tanto precise e realistiche da poter sostituire pagine e pagine di trattati ippologici e zootecnici. Così belle da far perdonare agli autori l’atteggiamento naturale di chi guardando la propria Patria su di una carta geografica vedeva al centro di tutto l’immensa Grande Madre Russia, e il resto del mondo pareva fatto di briciole sparse qua e là. Comprensibile quindi che trattassero con molta sufficienza le nazioni che per capi allevati erano lontanissime dagli standard russi: chi viveva in un paese con milioni di cavalli appartenenti a svariate e diversissime razze non poteva pensare che dove se ne censivano poco più di duecentomila esistesse una cultura allevatoriale seria. Le considerazioni storiche e sociali, i dati tecnici e le informazioni statistiche sono comunque sempre corretti e presentati in modo obiettivo, approfondito e professionale e qua e là tra le righe sono seminati episodi e nozioni veramente interessanti ed originali. Un vero gioiello di libro, sia nei contenuti che nella forma.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:38    Oggetto: Rispondi citando

L’art de chevalerie, di Ulysse Robert - BE
Firmin Didot et C., Paris 1897
Errori di tradizione
Fare lo studente a Parigi è sempre stato un lavoraccio: tra feste, festini, occupazioni e rivoluzioni varie il tempo per i libri può ridursi notevolmente. E questo a prescindere dal secolo visto che anche verso la fine del milleduecento poteva essere difficile, per un chierico scapestrato come Jean de Meun, trovare il tempo per studiare il latino in modo passabile. Infatti il nostro venne incaricato di fare la prima traduzione di un classico – De re militari di Vegezio – ma portò a termine la faccenda in modo filologicamente davvero poco corretto: deformò notizie, definizioni e situazioni vestendo il mondo latino degli abiti mentali della Francia medievale e deformando, adattando e travisando cariche, titoli e significati assortiti. Nello specifico, chiamò una intera opera come trattato di cavalleria quando in realtà era una dissertazione generale sull’arte militare con approfondimenti in tutte le discipline allora collegate, marina compresa. La sua “traduzione” venne poi ampiamente studiata e diffusa ed ulteriormente modificata da una elaborazione di poco successiva ad opera di Jean Priorat che ne fece una riduzione in versi. Il povero Vegezio, diligente “dipendente statale” dell’Imperatore Teodosio vissuto tra il IV e V secolo d.C. che mise nel suo argenteo latino tutte le conoscenze tattico-militari dell’Impero Romano nel momento della sua massima competenza tecnica, venne quindi stravolto sino a farne una specie di gorgheggiante araldo da torneo a dimostrazione di quanto sia indifesa un’opera letteraria lasciata alla mercè di traduttori miopi e divulgatori poco oggettivi, portati a stravolgerne il significato primario per contentare disposizioni o limiti personali. La morale della nostra piccola storia? Fare come i cavallarizzi del Rinascimento, che Vegezio se lo leggevano in originale…o per lo meno, aguzzare gli occhi e saper scegliere buone traduzioni e buoni commentatori, non solo declinazioni personali di travisatori più o meno in buona fede. Non solo di Vegezio, ovviamente.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:38    Oggetto: Rispondi citando

Industria Stalloniera, del Prof. B. Moreschi -MCM
G. Barbéra Editore, Firenze 1903
Come ti allevo l’allevatore
Prima che il motore a scoppio arrivasse rombando per le nostre strade, produrre cavalli aveva la stessa importanza che ha oggi l’industria automobilistica, con la differenza che per fare un buon cavallo serve molto più del tempo necessario a costruire una Lamborghini. Ovvio quindi che indirizzare l’allevamento nazionale verso criteri efficaci e moderni fosse una preoccupazione di importanza primaria sia nel campo commerciale, che in quello economico, militare e sociale. Il fascino di questo libro, facente parte di una collana pratica dedicata ad allevatori e coltivatori, sta nel fatto che accanto ad istruzioni pratiche sulla monta e sul governo di stalloni, fattrici e puledri e a cenni di veterinaria elenca, descrive e commenta ogni tipo di stallone o fattrice impiegato nelle più importanti razze del Regno: suddivisi per regione, troviamo elencati gli allevatori più importanti (dalle venti madri in su) con i loro cavalli, descritti per tipo, aspetto, caratteristiche peculiari. Molti dei soggetti più importanti sono addirittura riprodotti in fotografie bellissime e preziose perché permettono di vedere davvero come erano questi cavalli oramai perduti per sempre. Estremamente interessante è anche conoscere con esattezza, attraverso queste pagine, le razze che venivano impiegate per migliorare le fattrici locali; e stupisce vedere impiegati in abbondanza hackney, orientali, persiani, p.s.i., irlandesi e perfino un kharabag, oltre al famigerato Macklemburg importato da Ferdinando II che iniziò la rovina della razza Persano. Ma a fianco dei cavalli ci sono gli uomini, come i baroni di Nixima e Majoranache importavano soggetti orientali per i loro allevamenti siciliani conservandone con cura le genealogie o come un certo allevatore di cavalli maremmani, in quel di Grosseto: “…Carlo Ponticelli, alla Trappola, ha utilizzato sempre buoni stalloni. Egli produce cavalli militari, i quali si distinguono per uniformità, sviluppo, vigoria e robustezza. E’ un allevamento condotto con illuminato criterio…”. Adesso sappiamo che i Ponticelli hanno saputo allevare non solo i cavalli, ma anche gli eredi perché Giuliana Ponticelli, alla Trappola, ancora oggi fa maremmani bellissimi ed eleganti.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:39    Oggetto: Rispondi citando

“Portraits of American Horses” di G.F.Schreiber -BE
Schreiber & Sons, Philadelphia 1903
Quando parlano le immagini
Negli ultimi due decenni del XIX secolo un fotografo di origine tedesca, George Francis Schreiber, si dedicò ai ritratti di animali – forse anche a causa delle sue difficoltà nei rapporti umani, vista la fama di persona non integerrima che si fece tradendo la fiducia del povero Cutting, che gli rivelò la composizione e l’uso della soluzione colloidale da lui messa a punto senza riceverne in cambio quanto pattuito in precedenza tra loro. Ma a noi questo importa poco, anzi nulla visto che per isolarsi dal consesso umano Schreiber iniziò un lungo viaggio dal Golfo del Messico alle coste del Canada, catturando sulle sue lastre di vetro e collodion uccelli ed animali selvatici, scenari naturali, mandrie di ogni genere e soprattutto cavalli. In particolare, collezionò una serie di ritratti dei più famosi Trottatori Americani dell’epoca dandoci così la possibilità di studiarli praticamente come dal vero vista la qualità delle immagini, molto più realistiche di qualsiasi dipinto coevo che tendeva invariabilmente a modificare i lineamenti e la morfologia dei soggetti. Così, possiamo ancora oggi valutare le differenze e l’evoluzione del tipo “Trottatore”, scrutando quasi negli occhi tanti campioni spesso figli diretti di sire mitici come Hambletonian e Abdellah, i capostipiti del trottatore americano che portarono in dote al di là dell’Oceano il patrimonio genetico insuperabile del Purosangue Inglese. Per ogni cavallo ritratto, fattrice o castrone o stallone che sia Schreiber riporta in modo teutonicamente preciso parametri fisici, età, ascendenti ed eventuali discendenti, allevatore, proprietario , premi vinti.

Calendari del Giornale d’Ippologia,
F.Mariotti, Pisa 1904.
In calendario a Pisa
Il Giornale d’Ippologia, fondato nel 1888 a Pisa, ogni anno regalava ai propri abbonati un piccolo Calendario tascabile, completo delle date fissate per le corse di trotto e galoppo nei vari ippodromi del Regno nonché dell’elenco di guidatori e fantini riconosciuti ed autorizzati. Per arricchire ulteriormente il piccolo dono, veniva inserita anche una breve dissertazione su un argomento particolare, molte volte elaborata direttamente dal Professor Giacinto Fogliata (autore di molti best-sellers per ippofili, veterinari e cavalieri dell’epoca). Per l’anno 1904, ad esempio, venne compilato uno svelto e smilzo “Dizionario terminologico ed ippotecnico”, dove il sacrificio della pomposità espressiva tipica dei cattedratici italiani di inizio secolo va a tutto vantaggio della freschezza di esposizioni dei contenuti. Probabilmente il tipo di pubblicazione costringeva meno il relatore nel busto della seriosità professionale, ed anche il serissimo Professore derogava dalla ippologia strettamente tecnica ed inseriva tra “pastura” e “pedegree”, la voce “pazienza:è la principale delle virtù in chi accudisce al governo, all’addestramento, all’allevamento di un cavallo”. Ed è ancora così, dopo cent’anni.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:39    Oggetto: Rispondi citando

Il cavallo da Tiro Pesante, di Idelfonso Stanga - BE
Crotta d’Adda 1905
Un amico di grande peso
Idelfonso Stanga era un grande appassionato di attacchi, con un amore ancora più grande per i cavalli di grossa mole in generale ed i Clydesdale in particolare. Uomo di scienze e di fine intelligenza era capace di giudicare obiettivamente sé stesso e le proprie manie riconoscendone oggettivamente i lati negativi, e forse proprio per questo poteva perseverare in esse con la coscienza tranquilla di chi sapeva benissimo dove sbagliava. In questo libricino scritto col suo personalissimo stile fatto di osservazioni lucide e serie ma espresse in modo originale, leggero e quasi dissacrante tocca il problema dell’allevamento dei soggetti da tiro pesante in Italia, con una disamina cosi logica dei fatti e conclusioni cosi sensate che potrebbero essere d’aiuto anche oggi per l’allevamento del cavallo sportivo nel nostro paese: il passo dove si augura che gli sportsman e gli allevatori “pratici” aumentino la loro cultura teorica, e gli ippologi accademici incrementino invece la pratica zootecnica cessando l’antagonismo che li vede contrapposti è ancora tristemente attuale. Ma leggendo queste pagine, è curioso poter vedere prima ancora che nascesse quello che oggi è l’ultimo dei grandi cavalli agricoli che ancora abbiamo in Italia, il Tiro Pesante Rapido: negli obiettivi, nei sogni e nei desideri di Stanga infatti c’erano tutti i cavalli che sono poi serviti per costruire il grande sauro che oggi sembra il superstite di un mondo perduto e che invece era ancora di là da venire, soltanto novantanove anni fa. Il pregio di questo libro è la capacità che ha di spiegare anche a noi come e perché servissero questi tipi di cavalli che al giorno d’oggi, lontani dalle necessità che li hanno prodotti, facciamo fatica a comprendere appieno. E senza capire esattamente il perché sono stati voluti come sono, si perde la possibilità di apprezzare le singole peculiarità e le tante sfumature che li rendono unici.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:40    Oggetto: Rispondi citando

Attraverso il mondo ippico, del Magg. Francesco Lupinacci - BE
Casa Editrice Italiana, Roma 1905
Un innamorato respinto
All’epoca della pubblicazione dei suoi articoli sulla Rivista di Cavalleria, il maggiore veterinario Lupinacci era un cinquantenne prossimo alla fine della sua carriera nell’Esercito. Una così lunga esperienza in mezzo al mondo di cavalieri, proprietari, maniscalchi, allevatori, palafrenieri ed altri personaggi più o meno bene intenzionati aveva raffreddato bruscamente quelli che erano stati gli entusiasmi giovanili di un medico veterinario votato alla missione del benessere animale, e rese amare le sue riflessioni su animali e persone. Ma nonostante il tono pessimistico, i suoi racconti a cuore aperto sono preziosissimi per la quantità di aneddoti e notizie che ci tramandano e che sarebbero andati persi altrimenti, di solito trascurati da altri scrittori più sobri e formali; notevoli anche lo studio e la ricerca che traspaiono dalle sue pagine, e qualche piccolo errore di attribuzione non macchia comunque l’ammirevole grado di cura che aveva avuto nello sviscerare ogni più piccolo aspetto di quell’essere misterioso, amato e disprezzato allo stesso tempo che era per lui il cavallo. Perché stranamente l’aspetto più accattivante dei suoi scritti è proprio questo: dalla sua amarezza, dalle sue critiche, dalle sue deduzioni filosofiche spesso sbagliate per ignoranza delle più elementari nozioni di etologia, dalle sue filippiche ironiche tese a sfatare l’aura di nobiltà e coraggio che circondava il cavallo risalta ai nostri occhi l’atteggiamento deluso della persona ferita nel suo orgoglio da chi amava, invece, profondamente. Insomma, il nostro Lupinacci si comporta esattamente come chi è andato clamorosamente per le terre a più riprese, e non essendo in grado di montare a cavallo decentemente finisce per ritenere l’incolpevole animale stupido e pauroso. Probabilmente se il maggiore veterinario fosse stato un cavaliere più dotato, il tono dei suoi per altro utilissimi scritti sarebbe stato molto diverso.
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MessaggioInviato: Sab Nov 18, 2006 20:40    Oggetto: Rispondi citando

La produzione del cavallo da caccia in Irlanda di Willard John Kennedy -BE
Tip. Cassone, Casale Monferrato 1906
Per fare un Hunter, ci vuole…
Nei primissimi anni del millenovecento il delicato equilibrio tra uomo, cavallo e tecnologia viveva il momento di massimo splendore: Caprilli aveva fatto capire come lasciar muovere il cavallo nel suo equilibrio, selleria ed attacchi potevano essere gioielli raffinati e per lusso e per comodità funzionale, il cavallo era compagno di lavoro (per i più ) e di sport (per l’elite), oltre che arma da guerra e mezzo di trasporto. Schiere di dotti professori strologavano sulle strategie migliori per il suo allevamento: il punto più alto di una parabola, che immediatamente sarebbe precipitata verso il mondo del motore a scoppio. Ma il Kennedy non si occupava di questo, doveva solo raccontare ai suoi compatrioti americani quale miracolo ci fosse dietro quella pietra miliare della storia equina che è l’Hunter, permettendo loro di migliorare quello che facevano gli irlandesi: nel farlo, tratta da fortunati dilettanti gli abitanti della Verde Isola, auspicando che il metodo d’approccio scientifico e tecnologico tipico degli Stati Uniti non avrebbe potuto fare altro che riuscire molto meglio nell’ottenere quel tipo particolare di cavallo. A parte questo, il lavoro dell’autore è esemplare: identifica cosa è precisamente un hunter, perché è cosi utile (non solo per la caccia, ma soprattutto come prototipo del perfetto cavallo militare e di uso “borghese”) e quindi come riprodurlo, a fronte di un’ampia casistica supportata da statistiche approfondite e notizie, informazioni e suggerimenti cercati e raccolti con pazienza e determinazione direttamente tra gli allevatori irlandesi. Notevole il suo acume nel notare una differenza sostanziale tra gli acquirenti provenienti dall’estero che approdavano ogni anno alle aste irlandesi per approvvigionarsi di rimonte: americani, italiani, francesi, austriaci, olandesi compravano i castroni pronti per la sella o già addestrati, i tedeschi invece volevano le femmine più adatte a diventare fattrici. Stavano già preparando i cavalli di oggi.
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